Biennale Gherdëina 4
18.07 – 01.10.2014
knock on wood
A cura de
Luca Beatrice
Cunzet
Knock on wood, letteralmente “toccare legno”, equivale al nostro “toccare ferro” e ha a che fare con la fortuna e gli scongiuri. La cultura angloamericana è certamente meno superstiziosa della nostra, eppure aggrapparsi a qualcosa che porti bene è un’esigenza comune a tutti. È dunque nel segno del buonumore che nasce questa IV edizione della Biennale di Ortisei e della Val Gardena, dedicata alla scultura contemporanea.
Sono stati invitati cinque artisti: due locali, Bruno Walpoth e Willy Verginer, già riconosciuti a livello internazionale, e tre provenienti da diversi luoghi: Chris Gilmour, inglese che vive a Udine; Sonia Leimer, nata a Merano ma attiva a Vienna; e Velasco Vitali, che risiede tra Milano e il Lago di Como.
Per la prima volta, da quando la Biennale esiste, è stato chiesto agli artisti di elaborare un progetto di scultura pubblica in grado di interagire con il centro storico di Ortisei, dialogando con cittadini e turisti senza imporsi come un segno calato dall’alto. Non c’è stato vincolo di soggetto né di tema, ma il materiale utilizzato doveva essere il legno, anche se non tutti gli artisti sono autentici specialisti del medium.
Lëje deplüCuradëur
Luca Beatrice è nato nel 1961 a Torino. Critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino, nel 2009 ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia.
Ha pubblicato volumi e saggi sulla giovane arte italiana, tra cui Nuova Scena (G. Mondadori, 1995), Nueva Arte Italiano (Castelvecchi, 1998), e la monografia dedicata a Renato Zero, intitolata Zero (Baldini Castoldi Dalai, 2007). È autore del libro Da che arte stai? Una storia revisionista dell’arte italiana (Rizzoli, 2010) e del volume incentrato sul rapporto tra musica e arte Vision di suoni (Arcana, 2010).
Nel 2011 ha curato con Marco Bazzini Live! (Rizzoli Dalai, 2011), un omaggio alla Juventus. Nel 2012 ha pubblicato per Rizzoli Pop. L’invenzione dell’artista come star e Gli uomini della Signora. Collabora con Il Giornale e scrive inoltre sulle riviste Arte e Riders.
È stato curatore dell’XI, XII, XIII e XIV edizione del Premio Cairo ed è Presidente del Circolo dei Lettori di Torino. Il 13 aprile 2013 è uscito il suo ultimo libro Sex Erotismi nell’arte: da Courbet a YouPorn (Rizzoli). Nel 2014 è curatore del progetto Imago Mundi per la Fondazione Benetton Studi Ricerche.
Biennale Gherdëina 4
Knock on wood, letteralmente “toccare legno”, equivale al nostro “toccare ferro” e ha a che fare con la fortuna e gli scongiuri. La cultura angloamericana è certamente meno superstiziosa della nostra, eppure aggrapparsi a qualcosa che porti bene è un’esigenza di tutti. È dunque nel segno del buonumore che nasce questa IV edizione della Biennale di Ortisei e della Val Gardena, dedicata alla scultura contemporanea.
Sono stati invitati cinque artisti: due locali, Bruno Walpoth e Willy Verginer, già con un riconosciuto profilo internazionale, e tre provenienti da diversi luoghi: Chris Gilmour, inglese che vive a Udine; Sonia Leimer, nata a Merano ma attiva a Vienna; e Velasco Vitali, che risiede tra Milano e il Lago di Como. Per la prima volta, da quando la Biennale esiste, è stato chiesto agli artisti di elaborare un progetto di scultura pubblica in grado di interagire con il centro storico di Ortisei, dialogando con cittadini e turisti senza imporsi come un segno calato dall’alto. Non c’è stato vincolo di soggetto né di tema, ma il materiale utilizzato doveva essere il legno, anche se non tutti gli artisti sono autentici specialisti.
Queste sono le tre ragioni che danno il senso poetico al progetto.
La prima: bisognava trovare un distinguo forte rispetto alle numerose mostre sparse un po’ ovunque, a dare l’idea che questa si potesse realizzare solo ed esclusivamente qui in Val Gardena. Cercare un legame specifico con il territorio e con la tradizione culturale del luogo non è indice di voler andare contro il fenomeno della globalizzazione; si tratta invece di rintracciare quelle radici che suscitano un interesse più forte rispetto a prodotti generici che potrebbero trovarsi ovunque, somigliandosi in qualsiasi parte del mondo. Da questo punto di vista, l’arte dovrebbe imparare un po’ di strategia dal mondo dell’enogastronomia, uno dei pochi settori ancora trainanti dell’economia italiana, visto che è più probabile che da noi si cerchino specialità locali e non Sushi o Cous Cous.
La seconda: la realizzazione di cinque progetti di così ampio respiro – li potremmo definire monumentali, se tale termine non avesse una valenza eccessivamente autocelebrativa – ha messo in relazione e in cortocircuito artisti da una parte, maestranze, botteghe e piccole industrie dall’altra, in un giro virtuoso che ha peraltro un forte significato economico. Nell’epoca contemporanea, infatti, l’arte non si esaurisce all’interno dell’atelier o dello studio, ma chiama in causa diverse professionalità, spesso molto competenti e sofisticate, sia nella manualità sia nell’utilizzo della tecnologia, indispensabili alla nascita di quella che sarà l’opera finita, dopo aver interpretato e reso possibili tutti i passaggi dall’idea al progetto alla “cosa”.
Se questo tipo di mentalità è da tempo radicata nell’arte concettuale – in particolare i Minimalisti sostenevano la necessità di delegare ad altri la fase di realizzazione, perché il compito dell’artista si ferma in sostanza al progetto – quando si chiamano in causa altri stili e linguaggi il passaggio non è più automatico. C’è chi ha ancora in mente l’idea dello scultore chiuso nel suo laboratorio, alle prese con attrezzi e polvere, quando invece, molto più spesso, egli è un ingegnere che razionalizza il lavoro e organizza maestranze. Non si tratta di preferire un atteggiamento rispetto a un altro, ma si può dire che il mix tra una forte idea progettuale e altrettanta capacità manuale costituisce l’ideale raggiungimento di un equilibrio.
La terza: il legno è un materiale molto particolare che, come la ceramica o il vetro, appare più spostato in direzione dell’artigianato che non dell’arte (almeno quella contemporanea). Non avendo particolari caratteristiche high-tech, il legno affascina per il suo calore, e questo può apparire anche come limite. Ha quindi dovuto subire una sorta di allontanamento dalla hit parade dei linguaggi attuali, nonostante nella storia molti scultori lo avessero utilizzato anche con ambizioni sperimentali, almeno fin quando il gusto non ha virato verso il vintage, verso il ritorno del passato, l’apoteosi del fatto a mano, la riscoperta della tradizione come valore aggiunto e non come limite per l’opera contemporanea.
Questo non vale solo per l’arte visiva, ma certamente anche per la musica, la moda, l’architettura e il design. Noi siamo vittime consenzienti di un bisogno di passato, perché il presente è quanto mai incerto e il futuro neanche a parlarne. A proposito di moda e design, il critico musicale Simon Reynolds, nel saggio Retromania, nota come “il boom commerciale dell’abbigliamento vintage andava di pari passo con l’antichizzazione di mobili e manufatti della seconda metà del Novecento, mentre i shelter magazines impazzivano per il modernariato di metà secolo”.
Il legno, dunque, si porta dietro un valore aggiunto proprio per il suo incredibile rapporto col passato: racconta storie, non respinge lo sguardo, incita al tatto e al calore. Sono sempre più numerosi gli artisti internazionali che lo utilizzano per le loro sculture (mentre qualche anno fa, oltre a Stephan Balkenhol, se ne contavano davvero pochi) o all’interno delle proprie installazioni. Si potrebbe addirittura parlare di “moda del legno”, se il termine non contenesse qualche ambiguità.
Le cinque sculture, elaborate in seguito ai rispettivi progetti degli artisti che hanno lavorato negli ultimi mesi recandosi spesso in Val Gardena, occuperanno il centro storico pedonale di Ortisei nell’estate 2014. Li abbiamo intervistati per farci raccontare come sono giunti alle loro opere, dal progetto alla realizzazione finale, e come si sono trovati, soprattutto i non specialisti, ad affrontare un materiale talora inedito.
Sonia Leimer ha realizzato tre banchi di lavoro e così racconta questa esperienza: “Durante la mia visita negli studi degli artigiani della Val Gardena ho notato che alcune statue religiose erano state realizzate per il Sudafrica dagli anni Settanta ai Novanta. Uno dei miei banchi di lavoro si riferisce a questa storia coloniale. Alcuni anni fa ho comprato una Waxprint; questo tipo di tela viene prodotta in Ghana e ha una lunga storia di migrazione: proviene dall’Indonesia, è stata importata in Europa e poi nuovamente riportata in alcune zone dell’Africa durante la cristianizzazione. La decorazione della stoffa viene incisa nel pezzo di legno ma anche nel tavolo di lavoro, poi colorata”.
Nel secondo tavolo compare un foro che Sonia chiama Buco Nero: “Quest’opera fa anche riferimento al processo di sviluppo delle Dolomiti 250 milioni di anni fa”. Infine, il Cross-Fade, dissolvenza incrociata, nell’ultimo tavolo: “In dettaglio voglio usare una scena del film Il figlio perduto di Luis Trenker. È un momento molto speciale, dove un paesaggio di montagna viene sovrapposto allo skyline di New York”.
Chris Gilmour è stato invitato perché il suo materiale d’elezione, il cartone, con cui realizza sculture di oggetti in scala 1:1, ha un colore molto simile a quello del legno. In questa occasione ha riflettuto sul passaggio a una materia molto più dura, con caratteristiche completamente diverse; si è dunque discusso molto sia sul soggetto sia sulle caratteristiche formali dell’opera finita. Nel progetto definitivo, Chris ha immaginato una sorta di ritrovamento di alcune casse contenenti materiali archeologici sopravvissuti a chissà quale trafugamento o disastro naturale. Dai contenitori intravede qualcosa che ricorda l’iconografia di San Giorgio e il drago, realizzata da un anonimo scultore del passato in attesa di restauro e di nuova collocazione.
Velasco Vitali, nato pittore, dimostra abilità riconosciuta anche nella scultura e nell’installazione. I suoi branchi di cani sono diventati una delle immagini più immediatamente riconoscibili nell’arte italiana contemporanea, e diversi suoi interventi sono stati posizionati in contesti imprevisti, provocando talora spiazzamento e slittamento di significato. All’ingresso dell’area pedonale di Ortisei, questa volta ha collocato una gigantesca mongolfiera in legno e ferro, in attesa di spiccare il volo, impossibilitata a farlo per il peso e la mancanza di leggerezza. Aria, questo il titolo dell’opera, rimanda alle avventurose storie di Jules Verne e ai dipinti di Paul Delvaux, ispirati ai personaggi dello scrittore francese, ma l’evocazione più forte è quella dell’Albatro nella poesia di Charles Baudelaire e della tragedia che soggiace all’impossibilità del volo: maestoso ed elegante in cielo, goffo e pesante sulla terra.
Il progetto di Willy Verginer è certamente il più sorprendente se si considera il repertorio iconografico dello scultore gardenese, specialista nel tratteggiare figure in relazione all’oggetto e al paesaggio. Willy rinuncia alla misura antropocentrica ed elabora una casa in legno, forse più una baracca o un rifugio, che si regge su radici d’albero. Un equilibrio faticoso ma in fondo stabile. Anche questo mi sembra un ragionamento sul destino dell’artista, sul suo stare in bilico, muoversi tra mille difficoltà eppure ancorarsi da una parte alla tradizione del fare e dall’altra alle certezze che sempre regala la terra. Un lavoro davvero poetico, metaforico e molto riuscito.
Chi mantiene solido il legame con la figurazione è Bruno Walpoth, che allestisce, all’inizio del percorso delle cinque sculture, un grande busto in legno tagliato a metà e svuotato all’interno. È forse l’opera più immediatamente comprensibile, ma niente affatto semplice nelle intenzioni. Walpoth è un attento osservatore della natura umana: entra nella psicologia del suo personaggio, che risulta un gigantesco doppio se confrontato con le nostre reali dimensioni. La sua scultura mette in scena dunque una visione ribaltata: è lei a osservarci dalla piazza di Ortisei, cercando di capire le nostre reazioni e i nostri pensieri, come se fossimo noi i moderni Gulliver, instancabili viaggiatori d’arte.
Artistes y artisć n mostra
Posc’
Zona pedonala
Strada Rezia 2-59
Team
Doris Ghetta – Direttrice • Igor Comploi – Direttore di produzione • Corinna Carbone – Assistenza curatoriale • Willi Crepaz – Produzioni • Ing. Simon Neulichedel – Statica • Simon Perathoner – Fotografo • Arnold Dall’O – Grafica
Supporters
The Biennale Gherdëina would like to thank the institutions, all its loyal supporters, and the friends of the Biennale, whose support makes the realisation of this event, its side programmes and all its activities possible.
Organizer & Supporter
Municipality of Ortisei – Major Ewald Moroder,
Councillor Lara Moroder Oberkofler •
Tourism Association Ortisei – President Ambros Hofer, Director Beatrix Insam
Supporter
Autonomous Region Trentino-Südtirol • Autonomous Province of Bolzano • Provinzia Autonoma de Balsan - Cultura Ladina • Municipalities of Val Gardena • Tourism Association of Dolomites/Val Gardena • Stiftung Südtiroler Sparkasse / Fondazione Cassa di Risparmio
Sponsor
3DW • Adler Spa Resorts & Lodges • Art Hotel Anterleghes • Barth Building Interior Architecture • Finstral • Karl Pichler • Raiffeisen Gherdëina • Raiffeisen Ciastel - Urtijëi • Schweigkofler • Socrep
Tecnical Sponsor
ANRI • Senoner Karl • Klaus Santifaller • Luca Moroder • Arnold Holzknecht • Laurenz Stockner • Rabanser Getränke • Gregor Prugger • F.lli Ciechi • Ulrich Ploner